Cosa significa essere liberi? 8 pesi e condizionamenti da lasciare andare

Il 9 novembre di ogni anno viene celebrata la Giornata Mondiale della Libertà

La Giornata Mondiale della Libertà è stata istituita nel 2001 dal presidente George W. Bush, per commemorare la caduta del muro di Berlino e quindi la fine del comunismo nell’Europa orientale e centrale. La giornata ha lo scopo di ricordare che la determinazione delle masse può spostare i confini, rompere gli schemi e, in ultima analisi, determinare il tipo di leader che si desidera ci governi.

Tutto molto bello. E vero, per carità. Solo che la società odierna è così svogliata e disincantata da non interessarsi a provvedere neppure alla ricerca della più semplicistica libertà personale. Perché di fatto, quanto meno in Europa, siamo più liberi di ieri (abbiamo un accesso più immediato e facile alle informazioni, la libertà di dire – più o meno – quello che pensiamo senza paura che ci arrestino, il diritto di voto, la possibilità di scegliere chi sposare, come vestirci, se seguire o meno una religione) ma siamo schiavi più che mai di tutti quei condizionamenti che ci rendono prigionieri di noi stessi e delle nostre stesse vite.

Per sentirsi liberi alcune persone pensano si debba disporre di molti soldi (per viaggiare, per potersi permettere di decidere se fare o meno un dato lavoro, per comprare tutto quello che si desidera), contemplando una vita fuori dalle regole e dagli schemi. Ma siamo sicuri che tutto questo significhi essere liberi? Che la vera libertà non sia invece la presa di distanza da tutti quei condizionamenti che vengono sia da fuori che da dentro di noi?

E quali sono questi pericolosi condizionamenti che minano la nostra libertà?

  1. Il passato. Fallimenti, errori, insuccessi determinano sì chi siamo oggi, perché tutto nella vita fa esperienza se ci lasciamo plasmare. Ma noi non siamo i nostri errori, non siamo i fallimenti, non siamo gli insuccessi, e vivere rimuginando su ciò che è andato storto è il peggiore dei regali che possiamo fare a noi stessi, l’ostacolo numero uno alla libertà del nostro spirito.
  2. La paura verso il futuro è deleteria quanto il vivere nel passato. A volte ci facciamo frenare da proiezioni negative verso il futuro, da presagi infondati camuffati da prudenza. E allora le emozioni che nascono da questi pensieri ci trascinano dentro ad un circolo vizioso fatto di stress e mancanza di autostima, nonché di inquinamento del campo energetico che ci circonda. Il futuro in fondo altro non è che l’estensione dell’oggi, quindi è intelligente concentrarsi sul presente, né sul passato né sul futuro.
  3. Per esperienza so che anche le aspettative possono essere delle catene. Aspettative nostre o aspettative degli altri verso le nostre esistenze. I genitori che ci vogliono saggi ed affermati, la società che ci vuole mamme zen e papà impeccabili, lavoratori instancabili e cittadini modello, l’opinione pubblica che pare preferire gli anticonformisti trasformando poi di fatto i conformisti in anticonformisti. E poi ci siamo noi, che sognavamo a 20 anni quello che saremmo stati a 30, e ci sentiamo dei falliti se non raggiungiamo quegli obiettivi. Eppure 10 anni bastano a fare di te un’altra persona rispetto a quella che eri ieri, e per forza di cose devi cambiare assetto e prospettive, ridare forma ai sogni e alle priorità. La libertà di essere noi stessi, a prescindere da ciò che gli altri si aspettano da noi, è il traguardo più ammirabile dell’essere umano.
  4. Pregiudizi, verso gli altri e verso le situazioni. Dal vocabolario: “Pregiuzio: opinione preconcetta, capace di fare assumere atteggiamenti ingiusti, specialmente nell’ambito del giudizio o dei rapporti sociali.” Essere schiavi del pregiudizio facile vuol dire privarsi di conoscenze interessanti, di esperienze edificanti, dell’occasione della vita. E si riallaccia anche un po’ al punto numero 2.
  5. Un’altra forma di schiavitù è il desiderio costante di impressionare gli altri, di essere vincenti sempre, di saper dire la cosa giusta al momento giusto, di essere diplomatici ed interessanti. Di essere belli. Di essere giusti. È il prezzo da pagare per una società che ci ha insegnato a puntare tutto sull’apparenza perché la prima impressione è quella che conta, perché non possiamo permetterci di perdere tempo ed energie per approfondire una conoscenza. Ma se ci rifletti, cosa te ne fai di questi rapporti in stile fast food? Un po’ come avere tanti followers su Instagram che hanno scelto di seguirti perché la tua bacheca nel complesso è figa, ma poi di fatto non interagiscono. Io sono una persona a lento rilascio, e desidero avere gente intorno che non mi voglia tutta e subito, che abbia la pazienza di conoscermi lentamente, di assaggiarmi e gustarmi, che non abbia la presunzione di scartarmi o amarmi solo perché ha letto qualche mio post su Facebook o passato con me una serata. Impressionare serve a poco, se ricerchi dei rapporti di qualità. Perché allora porsi il problema? Ché poi la perfezione costruita viene presto smascherata, tra l’altro.
  6. I rapporti forzati e i convenevoli. A volte siamo restii a troncare un rapporto solo per non apparire presuntuosi, per non incorrere nel senso di colpa di aver ferito, per la paura di restare da soli, perché fare buon viso a cattivo gioco è più semplice. Sarà anche più semplice nell’immediato, ma peggiora la qualità delle nostre esistenze. E la vita scorre e non aspetta, e rimanendo impigliato in un rapporto malsano forse la tua vera occasione per essere felice ti passerà di fianco e tu non te ne accorgerai neanche.
  7. Dipendenze, e che ve lo dico a fare. Si tende a considerare pericolosi certi tipi di dipendenze trascurandone una molto importante e distruttiva: la dipendenza dagli altri può apparire a primo acchito di poco conto rispetto a quelle da alcol, fumo, droga, gioco d’azzardo, sesso. Eppure pensi che dipendere dalle emozioni altrui, dal giudizio esterno, da ciò che gli altri pensano di te, sia poi così tanto lontano dall’avvelenamento che quelle dipendenze prima menzionate apportano nella vita di un essere umano? La dipendenza affettiva annulla, spesso umilia, denigra.
  8. Consumismo. Ci ammazziamo di lavoro per poter comprare cose, ci rendiamo conto? E allora lo smartphone che costa uno stipendio medio diventa indispensabile, la borsa griffata-griffatissima uno status symbol, il SUV irrinunciabile anche se poi non hai il tempo per andare da nessuna parte perché ti distruggi di lavoro per pagarti tutte queste sciccherie. Ne vale davvero la pena essere così schiavi della materia, se poi la paghi con il tuo tempo migliore? Investire i soldi che guadagni in esperienze non sarebbe una scelta più edificante dell’accumulo di cose delle quali potresti benissimo fare a meno?

Sembra difficile purificare le nostre vite da tutto questo. E non voglio avere la presunzione di incitarti al cambiamento, perché non sono una life-coach e perché prima dovrei incitare me stessa. Però forse prendere atto che nelle nostre vite ci sia da aggiustare un po’ il tiro può essere un buon punto di partenza.

Buona giornata della libertà, a tutti.

Loredana

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