Giornata mondiale della prematurità: il mondo a parte dei genitori “prematuri”

Oggi, 17 Novembre, è la giornata mondiale dedicata alla prematurità e ai bambini nati pretermine.

Ma cosa vuol dire per un genitore avere un bambino nato prematuro? Cosa vuol dire affrontare la TIN (terapia intensiva neonatale) e convivere con una realtà alla quale nessun genitore è preparato?

O, peggio, cosa vuol dire affrontare le complicazioni legate alle nascite gravemente premature?

Alla 24esima settimana della mia prima gravidanza, incinta di Dario, venni catapultata all’improvviso nell’oblio: una visita ed un ricovero d’urgenza, perché rischiavo di partorire in quel momento (collo appianato e dilatazione di 4 cm, impossibile ristabilire la situazione o intervenire).

Quel bambino, non arrivato subito come ogni donna sognerebbe, era la realizzazione del mio sogno più grande, quello della maternità, e invece mi ritrovavo a dovermi preparare anche all’eventualità che quel bambino nel mio futuro non ci sarebbe stato. I dottori mi dicevano che dovevamo sperare che passassero quanti più giorni possibili, perché a 24 settimane le percentuali di sopravvivenza erano davvero basse.

Per certi genitori la storia finisce qui. Inizia la loro battaglia solitaria, iniziano lutti da elaborare, dolore da affrontare, perché da risolvere. E poi provare a rialzarsi, a ricominciare. Senza quel bambino.

Per altri inizia una battaglia alla quale nessuno è mai preparato, insieme ai propri bambini prematuri: la lotta per la sopravvivenza, la speranza che i danni siano il più limitati possibili, la sofferenza di quel distacco forzato, del non poterli prendere in braccio, del vederli appesi ad un filo, la gioia dei piccoli progressi ed il buio più profondo dopo quella telefonata notturna che si conclude con un “correte in ospedale!

Cosa vuol dire avere un bambino ricoverato in TIN?

Io alla fine in ospedale ci sono stata 97 giorni, con il mio bambino nella pancia però. Contro ogni previsione, Dario ha resistito 12 settimane, ed è nato a 36+2, ma anche se per pochi giorni in TIN ci è finito lo stesso, quel tanto che bastasse ad immedesimarmi nelle situazioni alle quali assistevo là dentro, un luogo con regole sue sconosciute al “mondo esterno”, che sembrava staccato dalla realtà, dove il tempo ha un andamento diverso, ed ogni volta che varchi quella porta con il tappeto adesivo, dopo che hai disinfettato le mani ed indossato il camice verde ed i copri scarpe, capisci cosa vuol dire letteralmente “avere il cuore in gola“, e rimane lì finché non vedi il tuo bambino e non ti accerti che stia bene e che abbia passato serenamente la notte.

Sono giorni sospesi. Passi in TIN quante più ore possibili, tra una chiacchierata con gli altri genitori e una capatina alla sala “mungitura”, perché il latte materno per un bambino prematuro è fondamentale. Ed intanto preghi, imprechi tra te e te, esulti per ogni piccolo passo avanti, a volte ti prende la voglia di sferrare un pugno al muro e dire “ma perché proprio a me, a noi?“. Però poi alzi quello sguardo bagnato di lacrime e guardi le foto appese di tutti i bambini nati prematuri e passati per la stessa TIN di tuo figlio, ormai cresciuti, sani e forti. E speri, e ti fai forza.

Le aspettative non realizzate della mamma di un bambino prematuro

Ogni genitore ha l’intima aspettativa di una nascita “normale”, di quella corsa in ospedale che segue a quel “caro, ci siamo, mi sa che ho rotto le acque“, di parenti chegioiosi vengono a conoscere il nuovo nato, ed invece una nascita prematura sgretola ogni idealizzazione, anche quelle sociali di quella mamma e quel papà anche loro prematuri, perché la prematurità riguarda tutta la famiglia. La mamma addirittura in certi casi non può neppure vedere il suo bambino, perché le condizioni fisiche non glielo consentono o perché addirittura vengono ricoverati in reparti, o ospedali anche, diversi, lasciandole così non solo il senso di vuoto, ma anche la frustrazione per quella consapevolezza che lei ed il suo bambino sono stati privati di quel primo incontro tanto decantato dalle altre mamme, di quel contatto fisico ed emotivo così importante per entrambi, di quel “il primo abbraccio sarà il tuo“. Per non parlare poi di quell’allattamento che magari aveva sperato e che adesso passerà per la sala “mungitura” con tutte le difficoltà che la lontananza fisica comporta nel delicato processo dell’allattamento al seno. (della mia storia ve ne ho parlato in questo articolo: Poesia sull’allattamento: allattandoti mi nutro)

Il neonato prematuro e la rinascita

Poi, un giorno, il bambino è pronto, può lasciare la TIN. Rinasce, in un certo senso. Rinasce lui e rinascono i genitori, quei genitori che forse tenderanno ad essere sempre un po’ troppo protettivi verso di lui, un po’ ansiosi verso l’accrescimento e le curve di crescita, attentissimi ad ogni sviluppo, forse più degli altri genitori.

Alcuni bambini prematuri seguiranno una crescita diversa rispetto ai loro coetanei, altri avranno delle diversità conclamate, altri ancora porteranno forse per sempre il segno emotivo di quel distacco forzato dalla mamma.

La maternità ha tante forme. La nostra società dovrebbe sviluppare l’empatia verso tutte quelle situazioni che si danno per scontate, come la nascita di un bambino. La vita è imprevedibile, e non sempre si è pronti agli eventi. Ma la diversità è ricchezza, e ogni evento che non segue le regole, ogni persona con caratteristiche a sé, ogni situazione che richiede lo sforzo di accettazione prima e la presa di coscienza dell’arricchimento che questa comporta nella nostra vita dopo, fanno parte di quel forziere riservato a pochi, che a primo impatto, una volta aperto, sembra contenga spine, ma se hai il coraggio di ferirti e sanguinare, di superare quelle spine ed andare in profondità, ti accorgerai del fatto che in realtà ti è stato dato modo di accedere ad un tesoro prezioso.

Loredana Amodeo

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