Riconoscenza: capirne l’importanza per educare i bambini alla gratitudine

Riconoscenza: come mostrare ai bambini la bellezza della gratitudine?

Riconoscenza. Trovo che sia una parola bellissima. E oggi che è il Giovedì del Grazie voglio mettere nero su bianco un concetto che mi sta particolarmente a cuore.

Riconoscenza vuol dire riconoscere. Ma riconoscere cosa? Riconoscere il bene ricevuto, anche quando le persone vanno via, anche quando ti deludono, riconoscere un dono anche quando la rabbia si vorrebbe contrapporre a cancellarne il valore.

Riconoscenza anche e soprattutto verso il non materiale. Riconoscenza verso il rispetto, verso l’affetto, verso mani tese che offrono un appiglio per rialzarsi, riconoscenza verso l’amicizia, verso i silenzi, verso le parole, verso la pelle che comunica e gli occhi che ti abbracciano. Riconoscenza, sempre e comunque, anche verso chi poi ti ha deluso.

Perché nulla è vano, neppure una situazione che, con il senno di poi, ti ha visto sfruttato in nome di quella stessa riconoscenza. Nulla è vano, neppure un’amicizia sulla quale avresti puntato tutto ma poi si è dissolta come se non fosse mai esistita. Nulla è vano, non sono vani i rapporti e non sono vane le situazioni spiacevoli, perché ogni evento fa di noi quello che siamo e che saremo. Se solo ci lasciamo plasmare, smussare, abbellire. Perché anche gli insuccessi ti rendono migliore, se sai metterli al tuo servizio.

Riconoscenza, anche quando è più facile odiare

Nella mia vita c’è stata una persona che più tra tutte, anche prima di me stessa, ha saputo cogliere le mie potenzialità e le ha sapute incanalare.

Io sono tutt’ora riconoscente a quella persona, e per 2 motivi. Innanzitutto per aver tirato un mondo fuori che non sapevo di ospitare, a cui non sapevo dare un peso. E poi le sono riconoscente per un motivo più crudo e meno “carino”. Le sono grata per avermi insegnato una lezione: niente per niente, niente è per sempre, niente è come sembra. E le persone, quando le vedi con gli occhi dell’amore (in quel caso con gli occhi della gratitudine), le vedi distorte.

Mi ha insegnato soprattutto che il modo di dire “si chiude una porta e si apre un portone” è vero.

Chiudendo all’improvviso i nostri legami lavorativi, dopo oltre 2 anni, quella persona mi ha dato modo tra l’altro di interrompere una situazione che mi stava rendendo una persona peggiore ma dalla quale non avevo il coraggio di scappare via.

Quando rimasi senza lavoro però mi sentii smarrita, arrabbiata, delusa, disorientata. Era come se tutto quello su cui avevo creduto per quasi tre anni mi crollasse davanti agli occhi senza che io potessi fare nulla, come un castello di carte costruito con pazienza e impegno spazzato via all’aprirsi di una finestra.

Era stata l’estate più assurda della mia vita, e quell’altra batosta era l’ultima cosa che mi serviva. Avevo perso appena due mesi prima mio fratello, avevo anche abortito, e buttarmi nel lavoro era il mio unico appiglio per non precipitare nell’oblio. Ma un pomeriggio mi disse che non potevamo più lavorare insieme. Fine dei giochi.

Non mi diedi però per vinta, anzi. Persi ogni certezza, ma iniziai a cercare dei nuovi punti di riferimento, stavolta dentro di me. Dopo 2 mesi di notti in bianco, di sforzi e di scervellamenti vari, di chiamate e di mail, mi ero già trovata quei clienti che mi facevano guadagnare quanto guadagnavo con quella persona, ma lavorando la metà, lavorando serenamente e senza vampiri a succhiare le mie energie e a pretendere sempre di più.

Iniziai a lavorare per far crescere me piuttosto che gli altri, pian piano e con serietà. Senza quel dietro front inaspettato forse non avrei mai avuto il coraggio di mettermi in gioco e di mettere in discussione tutto quello che avevo imparato.

Oggi, a distanza di neppure 8 mesi da quella parentesi della mia vita, ho una Partita IVA, sono una professionista, e i risultati dei miei sforzi vanno a me, e a nessun altro. Sono professionalmente realizzata come mai avrei creduto. In barba a chi mi dava per spacciata, a chi credeva che con le mie gambe non sarei mai andata da nessuna parte e che magari mi sarei anche seduta per sempre.

Quindi, secondo te, potrei mai provare risentimento verso chi mi ha fatto scoprire che oltre che capace io sono anche tenace e caparbia? Che non mi servono che le mie forze per realizzare qualcosa di buono? Che non devi fidarti di chi ti attrae in trappole d’oro? Che le mie certezze le dovevo cercare dentro di me e non fuori? Che davanti alle porte sbattute in faccia devi alzare il dito medio e ricostruirti?

No, non provo alcun risentimento.

L’ho provato, insieme a dolore, rabbia, delusione. Ma poi ho capito che avevo solo che guadagnato da quell’Arrivederci e Grazie. Ed è lì che è ritornato quel sentimento di riconoscenza, perché ancora una volta quella persona mi aveva fatto del bene. E non le rinnego di avermi insegnato tanto, non lo farò mai.

{Succede sempre così, che ho in mente un post e poi quando inizio a scrivere la mente cambia strada e nascono parole su parole che non erano state previste. La prima frase non ha nulla a che vedere con quello che ho scritto fin’ora, ma ho finito con questo sproloquio e adesso ritorno all’argomento che mi ero posta di trattare}

Riconoscenza: come insegnarla ai bambini?

La premessa (luuunga) di sopra mi serviva per spiegarti perché nella mia vita la riconoscenza abbia un ruolo così determinante. Credo che anteporla ai sentimenti negativi alla lunga ripaghi sempre. Agire con amore ripaga sempre. Anche questo non lo rinnego mai, io.

Per questo credo sia fondamentale insegnare ai nostri figli la bellezza della gratitudine, in un mondo in cui tutto ci sembra sempre dovuto, tutto ci sembra scontato, quando di scontato non c’è neppure che la macchinetta del caffè domani funzioni. Pensa i sentimenti e i rapporti (e per inciso non ho ancora preso il caffè: la mia Mokona mi ha abbandonata all’improvviso, pure lei…).

Io è così che trasmetto la gratitudine e la riconoscenza a mio figlio:

  1. Gli dico sempre “Grazie”: quando mi passa l’acqua o mi dà un bacino, quando mi chiede le cose con gentilezza, quando mi chiede scusa. E lui fa altrettanto.
  2. Limitiamo i regali, perché vogliamo che capisca che sia una fortuna avere dei giochi, che non serve avere tutto ma apprezzare quello che si ha.
  3. Gli offro il mio esempio: ringrazio la cassiera e lui ringrazia subito dopo di me, ringrazio il papà quando rassetta la lavastoviglie e lui sorride e dice “Bravo, papi!”, gli faccio notare quanto è stata gentile la nonna ad aver preparato un pranzo così buono per noi.
  4. Gli faccio notare quando si comporta male con me. Mi abbasso alla sua altezza e gli spiego perché il suo comportamento è sbagliato. Lui protesta un po’ perché ha un caratterino bello tosto, ma non c’è stata una sola volta in cui lui non sia tornato a chiedermi scusa. E io quando succede lo ringrazio per aver capito e per essersi corretto.
  5. Non sono arrogante e imperativa con lui: non gli dico “Sbrigati!” ma “Dai, proviamo a fare più in fretta così usciamo subito e ci divertiamo di più!”, non gli dico “Smettila!” ma gli spiego perché deve interrompere il suo comportamento, non gli ho mai detto “Stai zitto!”, non l’ho mai offeso o umiliato. La riconoscenza va a braccetto con la gentilezza. E di gentilezza avevo parlato qui: Imparare la gentilezza: 15 azioni gentili da attuare insieme alla famiglia

Sempre per il punto 5, anche se mio figlio ha solo 3 anni, gli chiedo anch’io scusa quando sbaglio con lui, perché anche io sbaglio con lui. Gli chiedo “per favore” e gli dico “grazie”, così come farei con un adulto.

Non sono di certo la migliore delle madri e non voglio darti un’impressione inesatta di me, perché tutto sono tranne che una madre perfetta: non lo nutro con soli cibi freschi e controllati come fanno molte bravissime mamme che conosco, non lo intrattengo né lo stimolo con mille attività diverse, non gli regalo chissà quali esperienze perché non va ancora neppure all’asilo e non frequenta alcun corso. Al limite si fa belle passeggiate con mamma e papà, va con il nonno a innaffiare l’orto, frequenta i nostri amici e lo portiamo sempre con noi. Ma sui valori, quelli veri, credo proprio valga la pena insistere e persistere. Sforzandomi per migliorarmi e, di riflesso, far crescere lui come la parte più bella di me.

E tu a chi hai da dire grazie in questo “Giovedì del Grazie”?

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